sulla linea ferrata adriatica, quella meraviglia che dovremmo provare tutte le estati scendendo in ogni stazione che trenitalia ci manda a vista, c’è un momento in cui la sabbia e il mare diventano viti e ulivi, ulivi e viti. non so bene se molise o puglia, di certo so che toglie il fiato per quanto è bello. e poi scendere a foggia. all’una di un pomeriggio di giugno, di un’estate calda come non se ne ricordavano. e nella testa ti scoppia la canzone di giannimorandi  “scendere a foggia ma che fa, gira il mondo intorno a me, solo sole sto prendendo…🎤🎼🎹”

poi con gli occhi cerchi di catturare ogni dettaglio di strada, osservi le bancarelle di copricerchi,  ma davvero? e i palazzi squadrati, mattoni a vista e pochissimi tetti e le strade a troppa corsia e poi l’auto cerca la via per raggiungere l’entroterra e si apre alla vista un mare di giallo infinito di grano da mietere e ti vengono in mente le lezioni di geografia e il tavoliere delle puglie e il granaio d’italia. e io che pensavo che la puglia fosse solo mare e salento. gargano e foresta umbra.

sono arrivata a lucera alle due pm, con la curiosità che faceva correre oltre e sono salita subito dall’albergo al centro.
qui, nel nulla che mi circondava, mi sono sentita l’unico essere vivente di tutto il creato.
le pietre calde del centro storico, i panni stesi alle finestre, le saracinesche abbassate, un cane. ciao.

qualche voce arriva dalle finestre aperte, alzo la testa e provo ad ascoltare. risate. la vita c’è. dentro. ma fuori solo io. nessuna auto, nessun viso. un solo caffè aperto. prendo un gelato
(cono piccolo 1,50€)

e continuo a misurare il borgo con passi lenti, che si fa presto a prendere il ritmo di una città e diventa lento anche il respiro e cerchi addirittura di non far rumore.
la città forse è chiusa per riposo settimanale, di giovedì come tanti negozi? una lattina rotola nella discesa, spostata dal vento e il frastuono mi scuote. sole, silenzio e giallo immenso.


lucera, antico capoluogo della capitanata.
alla scoperta della daunia, giorno 1

le prime ore del pomeriggio, in estate, in tutto il meridione, mettono in pausa la giornata. è la controra. quel tempo lontano dove superstizione e magia si fondono, mentre il sole si ferma per infuocare e le cicale cantano per ammaliare, solo dèi, ninfee e sirene escono alla controra e prendono con sé chi incontrano. non han dovuto lavorare molto per possedermi, io, che sono pronta a donarmi ad ogni luogo, se solo mi tende la mano. e l’effetto straniante del deserto assoluto è servito a sentirmi altrove.

basta così poco. basta fermarsi e osservare. connessi solo alla terra sotto i piedi, al sangue sotto la pelle e ai pensieri dentro la testa. osservare e immagazzinare.
A biccari  mi han poi detto che alla controra han chiuso tutti i bar del paese e quindi il caldo, quel caldo che nel sud è cosa solita da tempo, si combatte organizzando la giornata in modo diverso, vivendo a ore, allungando i tempi, turismo lento, vita migliore.

alla scoperta della daunia, giorno 2

la mattina alle 7 la città si è mostrata completamente diversa, aperta, viva e sportiva. che nell’anello della villa comunale eravamo in tanti a correre, pedalare e camminare. e i panorami da “cartolina dalla puglia” hanno continuato a fermare la corsa per un scatto diverso. e le rondini, le rondini hanno attraversato ogni sguardo verso il cielo e cantando, sovrastato l’ovunque.

e poi ho conosciuto la montagna, il monte cornacchia che viene considerato il tetto di puglia, con il lago pescara, il parco avventura, ma anche una cosa che vorrei non aver visto davvero:
la testimonianza che senso civico, educazione e rispetto sono oramai cosa lontana. partire dal basso e tornare in alto, riconoscere che il luogo in cui viviamo merita il nostro lavoro costante anche per l’aspetto nettezza urbana. raccogliere, ma soprattutto non gettare, non abbandonare rifiuti che sono eco del nostro malessere.

ecco. questo vorrei proprio non vederlo mai più. non in puglia. non in romagna. non in spiaggia, non in campagna.