Conosci Levanto?

Conosci Levanto?

io la conosco attraverso le parole di silvia trips, l’ho immaginata nella dedizione con cui ne parla e sì, mi ci riconosco, oltre il nome, io e silvia abbiamo le radici belle profonde nel nostro territorio. ci piace portare i rami a spasso, ma i piedi sono ben piantati insieme al cuore e alle intenzioni. e quindi io vado a scoprire levanto, in un modo così originale, da esserne orgogliosa. in occasione della xx1 edizione della mangialonga, io e valentina, con roberto panizza, cucineremo insieme alla nonne del paese, le ricette della tradizione e domenica, durante la camminata che impegnerà mille partecipanti, assaggeremo, oltre al resto, anche quanto preparato. mangialonga. già il nome è uno spettacolo. ma poi, per me, che metto sempre la corsa e la camminata in ogni dove del mio quotidiano, camminare per assaggiare e degustare è la perfezione. (sto sorridendo, mi vedete?) sto preparando la sacca, ho messo scarpe da running, carica batterica, powerbank, la moleschina, una penna, il pigiama e lo spazzolino da denti. ci sarà il sole. porto un maglioncino, che non si sa mai. basta. che serve posto per  tutto il nuovo che mi porterò a casa. ah, la nonna che mi insegnerà un ricetta tipica ligure si chiama Carla, ha 90 anni e io non vedo l’ora di incontrarla. ps tutto quello che ho fatto nei due mesi che non ho scritto qui, l’ho fatto per me. e vi assicuro che l’ho fatto bene. (sorriso grande)...

Conosci Levanto?

io la conosco attraverso le parole di silvia trips, l’ho immaginata nella dedizione con cui ne parla e sì, mi ci riconosco, oltre il nome, io e silvia abbiamo le radici belle profonde nel nostro territorio. ci piace portare i rami a spasso, ma i piedi sono ben piantati insieme al cuore e alle intenzioni. e quindi io vado a scoprire levanto, in un modo così originale, da esserne orgogliosa. in occasione della xx1 edizione della mangialonga, io e valentina, con roberto panizza, cucineremo insieme alla nonne del paese, le ricette della tradizione e domenica, durante la camminata che impegnerà mille partecipanti, assaggeremo, oltre al resto, anche quanto preparato. mangialonga. già il nome è uno spettacolo. ma poi, per me, che metto sempre la corsa e la camminata in ogni dove del mio quotidiano, camminare per assaggiare e degustare è la perfezione. (sto sorridendo, mi vedete?) sto preparando la sacca, ho messo scarpe da running, carica batterica, powerbank, la moleschina, una penna, il pigiama e lo spazzolino da denti. ci sarà il sole. porto un maglioncino, che non si sa mai. basta. che serve posto per  tutto il nuovo che mi porterò a casa. ah, la nonna che mi insegnerà un ricetta tipica ligure si chiama Carla, ha 90 anni e io non vedo l’ora di incontrarla. ps tutto quello che ho fatto nei due mesi che non ho scritto qui, l’ho fatto per me. e vi assicuro che l’ho fatto bene. (sorriso grande)...

Donne. Tu Tu Tu

nel duemilaotto ho creato questo spazio. perché mi serviva qualcosa per non sentire le mancanze. sono passati 8 anni e oggi, 8 marzo, posso dire che questo diario mi ha dato più di quello che io ho dato a lui, che sono incostante, farfallona e devo sempre toccare con mani e piedi la vita che passa. le parole, i commenti, le persone. le persone che ho conosciuto grazie a questo mio posto che di virtuale ha solo i luogo. tanto è tangibile tutto il resto. donne. conosciute tramite la rete e che si sono ricostruite, reinventate, rimesse in gioco. me compresa. e per dimostrare che 8 è simbolo infinito, come siamo noi… donne. tu. tu. tu. marianna. produce confetture e figli e crostate in calabria (il pessimo video, oltre alla mia incapacità, è dovuto alle mani sporche di turdilli appena fritti e mangiati) vania. toscana di maremma. alleva 280 pecore per produrre il latte che diventerà pecorino toscano dop federica. mozza mozzarelle, sorride e  molto di più, dalle 5 della mattina alla fattoria biò a camigliatello silano donatella. sibilla, tenutaria dell’antica ricetta varnelli e la mamma, donna elda sabrina. gioca col fuoco, ne ha fatto un lavoro grande. e molto figo simona. ha aperto una finestra. sul lago cinzia. ha aperto una scuola di cucina. vista lago. perché 6 figli e un marito, un cane e due gatti …sono una noia le azdore clandestine. ogni venerdì sul viale. pelano patate e tagliano gabanini e poi ci sono io. che negli ultimi anni ho dovuto per forza arrampicarmi sugli specchi, senza sporcarli. e ancora sto scalando. donne. noi. noi. noi. e...

la mnestra imbraghéda o del risotto imbragato

febbraio, ma un febbraio dispettoso che non vuole essere inverno. e come gennaio nei giorni della merla, alza le temperature fino a sembrare marzo. e il carnevale corto, che la pasqua è bassa; e la porchetta al circolo che, da vent’anni, è tradizione nella serata che precede il martedì grasso; e l’amico, vicino, il massimo esperto, apre il cortile per condividere il maiale che non diventerà porchetta: la costa in graticola, le ossa da brodo e i ritagli da risotto. un risotto povero e buono come i piatti che arrivano dal nostro passato. dalle tavole che si dovevano arrangiare con quel che c’era. la ricetta è molto simile a quella che potete trovare nel ricettario di cui spesso parlo, così si mangiava in romagna di giovanni manzoni e fa parte del pranzo del giorno di sant’antonio abate, così nasce la mnestra imbragheda (risotto imbragato) ingredienti: ossa di collo di maiale cipolla sedano carota sale, chiodo di garofano, acqua riso un uovo preparazione: fare un brodo con le ossa e gli odori, lasciare cuocere almeno 4 ore e poi filtrare. misurare il riso in quantità di tre cucchiai per ogni commensale e cuocerlo nel brodo che dovrà essere il doppio del peso del riso. lasciar cuocere fino a quando il riso non abbia assorbito quasi tutto il liquido ma sia al dente. a questo punto, in una ciotola, sbattere un uovo che andrà versato nel piatto caldo che contiene il riso. parmigiano a piacere, servire, gustare caldo.   terminato il riso, ho recuperato le ossa dal brodo, le ho messe sul piatto da portata ed è stato a questo punto che mi sono accorta che:...

la cura

attraverso strade, dal sedile lato finestrino, di un pulmino guidato alla cieca. osservo. case decorose, belle, ricche. case umili, senza giardino, ma con marciapiedi immacolati, case con giardini a circondare-prati come se fossero stati pettinati. ogni casa colonica ha strumenti e masserizie in ordine, sono compunti e rigorosi. la marca trevigiana, che ho visitato, è: del “prendersi cura”prendersi cura del proprio territorio. prendersi cura del proprio lavoro. prendersi cura del cliente. prendersi cura dell’ospite. prendersi cura del lavoratore. sì. è così. e noi possiamo solo imparare. che giorno era? era un venerdì di sole, di settembre. partite da bolognautostrada, due toscane e due romagnole, un manipolo di foodblogger a marchio aifb, alla scoperta di quella che è chiamata, appunto, marca trevigiana. prima tappa, a colori, del progetto di serena: il bianco. bianco come il latte e il formaggio; bianco come il cognome di adriano, re degli gnocchi; bianco come il gesso e i marmi del canova; bianco come il prosecco che vede qui la sua patria. bianco come la tela che chiude stretta la pasta madre; bianco come il chicco del caffè prima di essere tostato (mi sto arrampicando sugli specchi) bianco come i camici delle aziende che hanno millemila certificazioni sanitarie (sto scivolando dagli specchi) bianco insomma. come la prima notte passata a paderno del grappa, che l’albergo era bello ma, la voglia di mettere piede nella notte lo era di più e la passeggiata si è fatta lunga con l’amica, che anche se era buio si vedeva la vita al di là delle finestre illuminate e non ricordo randagi e la musica era un richiamo grande. che da qualche parte un paese in...

kefir, chè?

quasi oggi, un anno fa, tornavo a casa con due nuove creature da nutrire. che a titti è bastato pochissimo convincermi che il mio bene e la mia salute sarebbero migliorati assai. la foto è inguardabile lo so, ma è l’unica testimonianza dei due organismi che si andavano ad aggiungere alla pasta madre e alla lista delle cose che assumo a colazione: latte di kefir e acqua di kefir. solo uno è sopravvisuto. quello che lo sparso ha subito chiamato il cervello di frankenstein, l’acqua di kefir,  l’ho congelata dopo due settimane e adesso ha un aspetto orrendo in freezer. devo decidermi a buttarla. l’ho buttata. per qualsiasi informazione su cosa sia il kefir leggete qui. e leggete qui e leggete qui. il latte di kefir, invece, ora è il mio yogurt abituale. ci ho messo un tempo tot per capire che pesare i grani e mettere la percentuale giusta di latte era la cosa migliore per la riuscita del sapore finale. ci ho messo molto meno a scoprire tutte le favolose proprietà di questo yogurt che non contiene lattosio, ma probiotici, oltre a minerali fondamentali come calcio, magnesio, fosforo e zinco e amminoacidi, vitamine e antiossidanti. forse dovrei consumarne più di 100 g al giorno, gulp! mi fa stare bene, ha rinforzato il mio sistema immunitario e funziona alla grande come maschera per il viso e per i capelli. lo uso per fare ciambelle, torta di mele, yogurtgelato, ci faccio un formaggio spalmabile, assomiglia molto al quark, che utilizzo anche nei tramezzini e nei piatti che richiedono salse,  insomma è diventato protagonista in cucina, ma non solo, perché,  ho scoperto che...

quando abbiamo smesso di dirci ciao

è stato forse quando ci siamo chiusi in casa a guardare dentro uno schermo che ci voleva distratti e ora ci vuole uniformi? è stato quando abbiamo rinunciato ai cortili, ai parchi gioco? quando abbiamo sistemato altalene e scivoli in ogni singolo giardino, per non mischiare i nostri sorrisi con avventori sconosciuti? quando è successo che abbiamo smesso di dirci ciao? indifferenti agli altri, che interpelliamo solo per parlar di noi. indifferenti al bene comune che consideriamo di competenza altrui. indifferenti a qualsiasi dolore che non sia il nostro. sempre più grande,  più meritevole di attenzioni, più giusto. abbiamo smesso di dirci ciao guardandoci negli occhi. ci guardiamo addosso forse. con quella malcelata invidia secondo cui l’altrui è migliore. abbiamo smesso di dirci ciao puntando il dito contro qualsiasi azione compiuta. che sia destra o sinistra, buona o cattiva. criticata sempre. abbiamo smesso nell’attimo in cui sentirci soli era impossibile, perché costantemente sollecitati ad apparire. a uno specchio. che è spesso il social che ci creiamo. specchio delle nostre abitudini, dei nostri desideri, del pubblico che ci siamo scelti.   bandiera di questi pensieri questa giostra, vista in un cortile durante uno dei miei pomeriggi a pedali. la ricordavo nei parchi, nei giardini degli asili, nelle scuole. era simbolo del lavoro di squadra, si girava finché tutti tiravano dalla stessa parte. e anche allora ricordo che capitava il coglione che, per “ischerzo”, si metteva a tirare dalla parte opposta. ora la giostrina è cimelio in casa privata. perché trovare più di due bambini che han voglia di giocarci insieme è difficile, non ha play, non ha on, neanche off....

#aggiornati

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